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Camillo Prampolini non si avvicinò al socialismo prima dei 20 anni. Anzi, in seguito egli stesso ammise (ne "La Giustizia", 6/03/1887), di aver relegato i socialisti nella poco lusinghiera categoria di "radicanaglia". Le prime coordinate culturali e intellettuali vennero infuse nell'adolescente Prampolini dall'affetto e dalla stima per i genitori. Dal padre, ragioniere del Comune di Reggio Emilia, assimilò tendenze liberal-conservatrici, dalla madre una religiosità intrisa di attenzione alle questioni sociali, che, presto affievolitasi, sarebbe poi riaffiorata nel socialismo "evangelico" della Predica di Natale. La vicenda personale di Prampolini intersecò per la prima volta la storia del pensiero socialista nel 1879, a Roma, dove Camillo frequentava la facoltà di Giurisprudenza dell'Università "La Sapienza" . Durante una lezione di filosofia del diritto, tra un cumulo di concetti un po' fumosi, l'argomentazione dei quali seguiva a stento, il giovane Prampolini sentì parlare per la prima volta di diritto al lavoro. Nell'estate dello stesso anno si tuffò nella lettura dei testi di economia politica, per trovare spiegazione del fatto che accanto al diritto del lavoro la società moderna non tributasse un riconoscimento al diritto al lavoro.
Prampolini intraprese allora il percorso di revisione dei propri convincimenti che lo fece infine approdare ad idee socialiste. Il positivismo lo accompagnò lungo questo percorso molto più di Marx, alla cui dottrina poteva avvicinarsi solo tramite le traduzioni in francese e l'impegno di anarchici italiani come Carlo Cafiero, che nel 1879 diede alle stampe il suo riassunto del primo volume del "Capitale", e Pietro Gori, che nel 1883 curò un'edizione del "Manifesto". Dall'evoluzionismo sociale e dall'approccio organicista di Herbert Spencer Prampolini mutuò la convinzione che la società tendesse a modificarsi per stabilire un'armonia tra le sue componenti; ma all'evoluzione Prampolini attribuiva anche connotati etici, che lo portavano ad approcciare il concetto di collettivismo su posizioni vicine al socialismo utopista e non al determinismo marxista. Prampolini prospettava una radicale trasformazione degli assetti sociali esistenti, ma prevalsero in lui criteri gradualisti, i quali lo avvicinavano alla socialdemocrazia tedesca di Kautsky e Bernstein. Il carattere riformista dell'orientamento prampoliniano costituì il punto di rottura con gli anarchici, che nei primi anni dell'attività politica del giovane Camillo ancora si distinguevano a malapena dai socialisti.
Il carisma quasi profetico riconosciuto a Camillo Prampolini trasse linfa anche dal suo richiamo alla predicazione e al messaggio di giustizia di Cristo, che venivano opposti al formalismo religioso di chi permetteva il perpetrarsi di enormi iniquità sociali. Prampolini si rivolgeva ai contadini, ai braccianti e agli operai invocandone l'unione e la solidarietà reciproca, esortandoli a creare organizzazioni collettive. Proprio sul terreno della promozione dell'associazionismo di carattere mutualistico e cooperativo si verificarono le principali convergenze con culture politiche diverse, in particolare quella repubblicana, che rifiutava la lotta di classe. Prampolini tenne sempre a sottolineare come quest'ultimo concetto dovesse essere declinato nel senso di un'opposizione ad un sistema economico, ad una forma organizzativa della società, e mai come odio e violenza nei confronti delle persone, negando così che si potesse attribuire la responsabilità delle ingiustizie sociali alla malvagità di interi ceti. La sperimentazione di forme alternative di organizzazione del sistema produttivo si concretizzò proprio nella diffusione e nell'applicazione delle idee cooperativiste da parte di Prampolini.
Clicca qui per leggere Camillo Prampolini: il socialismo reggiano, di Meuccio Ruini,
brano tratto da M. Ruini, Profili di storia: rievocazioni, studi, ricordi, Milano - A. Giuffrè Editore, 1961.
Si ringrazia la Biblioteca Municipale A. Panizzi di Reggio Emilia per la collaborazione.
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Camillo Prampolini e le Utopie
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