Biografia di Camillo Prampolini

Cenni biografici tratti dall’opera di Giovanni Zibordi:
"Saggio sulla storia del movimento operaio in Italia: Camillo Prampolini e i lavoratori reggiani" (Bari - Laterza, 1930)


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Diceva Prampolini che “la miseria nasce non dalla malvagità dei capitalisti, ma dalla cattiva organizzazione della società, dalla proprietà privata. Perciò noi predichiamo non l’odio alle persone né alla classe dei ricchi, ma la urgente necessità di una riforma sociale, che a base dell’umano consorzio ponga la proprietà collettiva”… Non sono malvagi i ricchi, e i buoni, i “giusti”, i poveri. Non sono due razze distinte e diverse, una piena di vizi, l’altra ricca di virtù, come insegnava una vecchia demagogia derivata dai tempi della Rivoluzione francese, che aveva abbattute le caste chiuse. Se il povere sale al posto del ricco, fa anche lui come il ricco, e peggio. Vedete i pidocchi rifatti, i nuovi ricchi, i pescicani di guerra, come sono avidi ed esosi e inumani! Non è che vi san due piani, nell’uno tutti i buoni, nell’altro tutti i perversi; e meno ancora so tratta (come intende talora il semplicismo delle folle) di capovolgere i due piani, di fare una sorta di permuta di appartamenti nell’edificio sociale: i poveri al piano nobile, a godersela, i ricchi in soffitta, a espiare i loro torti. Si tratta di abolire i due piani, e farne uno solo, su la base del lavoro legge di vita per tutti, e senza proprietà privata, che dà agli uni il modo di vivere sul lavoro degli altri…Una esposizione del problema sociale assai più larga che non sia il consueto contrasto tra capitale e lavoro, animò sempre la propaganda prampoliniana. Homo hominis lupus, è il motto della società capitalistica. Non solo il padrone sfrutta il lavoratore, ma ogni uomo, in quanto lo possa e quanto ne abbia l’occasione, inferisce contro il suo simile. Chiunque abbia in pugno, per un momento, o ordinariamente, il coltello pel manico, l’adopera per iugulare ed opprimere l’altro, o la società. E’ un vasto e reciproco cannibalismo, che si impernia sulla proprietà privata, e sul “diritto” che ciascuno ha, di abusare dei beni che stabilmente o provvisoriamente possiede, per farseli pagar cari da chi ne ha bisogno.

La questione sociale presentata in tal modo, acquista un valore reale e morale infinitamente più esteso e più alto, che non quando è limitata alla sola antitesi del capitale e del lavoro…

Prevalendo la tesi dell’appoggio esterno al governo Giolitti, fu incaricato Prampolini di esporre le ragioni alla Camera. Ed egli, in un ampio e memorabile discorso, pronunciato in una seduta solenne, dichiarava la posizione del Gruppo socialista, ed esordiva così:” Io parlo contro il ministero Sonnino…”. Il discorso incatenò, soggiogò ben presto l’Assemblea. Egli parlava di questo diritto nuovo delle plebi più obliate e spregiate, che se l’eran guadagnato con le loro fatiche, e conquistato talora col sangue. Dimostrava la iniquità e l’utopia dei feudatari terrieri, che sognavano le repressioni feroci, e accusavano per giustificarle, la massa di violenza. “ Violenza, eccessi, odio, - egli - diceva - ce n’è su entrambe le rive; e il dovere degli uomini più civili e più veggenti, da una parte e dall’altra, è di contenere questa lotta di classe, fatale, necessaria, benefica, entro i limiti di un tanto di “umanità” e di legalità, spogliandola di inutili odii, di rappresaglie feroci, incanalandola e disciplinandola nelle grandi correnti dell’organizzazione, libera e responsabile; togliendole i caratteri gretti di un urto privato fra ricchi e poveri, e ponendola nella sua luce storica di un vasto contrasto di interessi collettivi, di un conflitto di classi, generato da un sistema. ”Per parte mia - egli esclamava - io l’ho sempre fatto, in lunghi anni di propaganda! Lo facciano gli altri, per parte loro. Tagliamo le unghie alla bestia umana, che è in tutte le classi”.

Il vecchio presidente Biancheri, che più del contesto del discorso di Prampolini, rigorosamente classista, aveva afferrato quegli accenti umani e l’inesprimibile nobiltà di passione che li animava, non seppe trattenere la commozione, e disse qualche parola. Prampolini credendo che volesse interromperlo, e non comprendendone il perché, si fermò stupito, in atto interrogativo. E il Biancheri, con le lacrime agli occhi, riprese: ”No, no, Continui, apostolo di pace, in questi nobili concetti, che onorano lei, l’assemblea e il Paese!”. La scena di commozione che ne seguì, in un contagio di sentimenti, sinceri in quell’istante, in cui in tutti era venuto a galla il meglio dell’anima, non si può descrivere. Un applauso immenso ed unanime risuonò nell’aula del Parlamento…

Cessata l’interminabile acclamazione di tutta la Camera, Prampolini ripiglia la parola dicendo:” Le parole del nostro Presidente hanno fatto passare un alito di bontà sugli animi nostri. Domani la ferrea legge degli interessi di classe ci porrà nuovamente gli uni contro gli altri. Rimanga almeno il ricordo di quest’istante come auspicio di una maggior civiltà nella lotta…”

Da quell’episodio in poi, l’epiteto do “apostolo di pace” fu ripetuto più volte, e da parti e con significati diversi e del tutto erronei…falsandone l’animo e l’azione.

Apostolo di guerra, per la giustizia, e non di pace, egli fu sempre: di guerra - o di lotta - per quanto è possibile civile; fautore ed artefice della forza dei lavoratori per la loro lotta; la qual forza, quanto più è grande, rende men necessaria la violenza. Predicatore di tolleranza e di libertà per tutte le idee, contro i vecchi abiti della prepotenza e del dogma, educatore insieme che agitatore, delle moltitudini operaie, a sensi di umanità necessari sempre, e indispensabili a vivere nel socialismo; divulgatore di quei principii rigidamente marxisti e nel medesimo tempo educativi, che spersonalizzano la lotta di classe, e la riconducono alle sue fonti e alle sue foci, alla sua magnifica “fatalità” storica, a confronto della quale le misere violenze e gli stolti odii dei piccoli uomini sono vana e infeconda fatica, capace solo di accrescere la infelicità, non di creare o distruggere la storia…

Tali a grandi linee i caratteri della propaganda pranpoliniana, che fu detta “evangelica”, talora a lode, talora a scherno maligno o lievemente benevolo, talora a biasimo e a condanna…

Ma Torniamo a noi… Le masse del reggiano, che con la guida e lo spirito di quella propaganda avevano costruito tante opere socialiste, che se dovunque si fosse fatto altrettanto, la mèta sarebbe stata vicina…Per quanto riguarda l’aspetto religioso, Prampolini suddivise il problema in due parti. Lasciò Dio in cielo, combattè i preti in quanto fossero puntello dei padroni, combattè la Chiesa nelle sue superstizioni assurde ed astute, che servono a tener ciechi gli appressi; ma avversando i preti come “anticristiani”, e contrapponendo alla Chiesa il Vangelo, e l’ipotesi stessa della Chiesa, di un Dio giusto e Buono. E del resto cavò fuori dal cristianesimo tutta la sua essenza etica di fraternità, di solidarietà, per risvegliare negli spiriti delle masse le scintille di una fede predicata da secoli, ma non praticata mai, e collegarle ai principii e più ancora al fatto del socialismo, nel quale soltanto la legge di Cristo potrà avere la sua piena e sincera attuazione… Lasciò pertanto perdere le disquisizioni teologiche astratte, lasciò che ognuno risolvesse secondo coscienza lo “affare privato” delle sue personali credenze, e insistette sempre più ardentemente a dimostrare che i soli che applicassero veramente i principii di Cristo quali erano nella purezza delle origini, erano coloro che lottavano per redimere gli schiavi moderni, per eguagliare gli uomini, per innalzare gli oppressi. Coloro invece che parteggiavano per i potenti della terra, e i poveri stessi che non cercavano di riscattarsi, erano gli anticristiani…I concetti di “tutta la teoria religiosa di Prampolini N.d C.), furono raccolti nel 1897 in quella famosa “Predica di Natale”, che ebbe vasta diffusione anche fuori della provincia di Reggio, e fu pure tradotta all’estero.

Nel 1901 una nuova scomunica (dopo quella inflitta, nel 1882, a Lo Scamiciato. N.d.C) colpiva il giornale di Prampolini, “La Giustizia”; e lo colpiva nel mezzo di una trionfale polemica coi preti circa l’essenza cristiana dell’idea socialista; polemica che aveva avuto una espressione clamorosa in un grandioso contraddittorio, nel maggior teatro di Reggio, tra Prampolini, e tre sacerdoti dotti e battaglieri: don Gurco di Modena, don Filiberto Mariani di Bologna e don Romolo Murri. Ma questa scomunica, in luogo a diradare i lettori come nel 1882, li moltiplicava, dimostrando la bontà della tattica seguita da Prampolini. Che se la parola “tattica” potesse far credere che si trattasse solo di un espediente di propaganda, di un opportunismo più astuto che sincero, convien ripetere che anche qui, in lui, coincideva l’abilità con la verità: raro connubio in cui sta il segreto dell’onesto e durevole successo. Era in lui veramente il convincimento che, non tanto nella figura e nella vita di Cristo - così difficile da ricostruire e da definire nelle sue vare interpretazioni; non tanto nei passi del Vangelo, che ciascuno sceglie ed adopera alle tesi più diverse, cercandovi quel che gli giova, dalla ribellione alla rassegnazione, dalla violenta condanna del privilegio, all’acquiescenza supina, quanto nel complesso di quel movimento di spiriti che lungo i secoli lasciò le sue stratificazioni nell’animo delle moltitudini, vi sia un patrimonio ed un’eredità di valori etici che sarebbe vano ignorare e disconoscere, e stolto non usare per innestarvi nuovi ideali.

Da ciò nacque principalmente la leggenda del suo “evangelismo”, quasi che la sua propaganda coincidesse con la religiosità cattolica, o cristiana…mentre era esattamente il contrario, una religiosità opposta, nello spirito e nelle deduzioni, a quella dei preti, benché resuscitasse il nucleo umano e sociale del primitivo insegnamento di Cristo.

Religiosa sì, quando si appoggiava su una tradizione “religiosa”, per trarla a sbocchi tutti diversi dai consueti; e “religiosa” assai più, in quanto si prefiggeva di instillare un’ideale morale, un senso di dovere, una aspirazione superiore della vita, ben oltre le sole conquiste materiali. Religiosa per il suo contenuto morale, etico; ma senza nulla di teologico e di mistico, e senza nulla di quietismo, di rinuncia, di mitezza rassegnata…

Tutto ciò era necessario chiarire, per determinare esattamente il cosìddetto “evangelismo” della propaganda di Camillo Prampolini…

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