Biografia di Camillo Prampolini

Cenni biografici tratti dall’opera di Giovanni Zibordi:
"Saggio sulla storia del movimento operaio in Italia: Camillo Prampolini e i lavoratori reggiani" (Bari - Laterza, 1930)



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Quante volte fu posto il problema se il movimento socialista-proletario reggiano fosse riformista o rivoluzionario, e se, nei Congressi e nelle dispute di Partito dovesse logicamente schierarsi a sinistra piuttosto che a destra?…Diceva Prampolini, anzitutto, che la intransigenza era questione di tattica, e non di principio; onde doveva esser lasciata, luogo per luogo, caso per caso, al giudizio dei socialisti…(al di là dei deliberati Congressuali. N.d.C.).

Egli difendeva non la tattica transigente piuttosto che la intransigente, ma la libertà della tattica, necessaria per la varietà infinita degli ambienti nel nostro Paese…

Questioni di metodi e di tattiche, litigi sull’appoggio o meno a un governo, dispute sulle alleanze o l’intransigenza, tutto ciò che divise e spesso paralizzò l’esistenza e l’opera del socialismo italiano, a Reggio parevano pure disquisizioni teoriche che valevan meno di una solida Lega o di una buona Cooperativa …

Rivoluzionario? Lo era nell’azione quotidiana. Sindacalista? Chi più del socialismo reggiano poteva vantar sindacati? Integralista? Dove meglio s’era usata ogni forma di lotta, con giusta contemperanza? E perché allora si schierava col riformismo politico? Perché questo propugnava libertà di tattica; e perché in questo Prampolini vedeva quella valutazione positiva dell’azione proletaria anziché della formula e il buon cammino percorso giorno per giorno…

Perciò per molti anni portò ai Congressi nazionali il voto compatto dei propri cento e più Circoli politici, e talvolta la parola di qualche organizzatore e operaio, stancandosi di quelle interminabili elucubrazioni in cui quasi tutti gli oratori venivano a discutere sul come si doveva camminare, e pochissimi riferivano sul come si era camminato; e ciascuno portava la sua ricetta, e pretendeva generalizzare il suo caso, e pochi recavan contributo di esperienze e di fatti…

Allora, non è la tattica in sé ,che importa, ma l’opera di classe. La quale è essa, che, mentre immunizza dalle contaminazioni e da contagi, dà la bussola alle tattiche stesse. Per essa, si può allearsi o non allearsi, esser ministeriali o antiministeriali, transigere in questioni di forma, mescolarsi e rasentare il pericolo, uscendo puri e levando immacolata la bandiera socialista…

Molta transigenza e molta intransigenza vi fu sempre nel movimento socialista reggiano, che poco conosceva e curava i formalismi, e la disciplina fatta di esteriorità; poco valutava certe manifestazioni superficiali, e più badava alla sostanza classista della sua azione. Scarse le dispute dottrinarie e le logomachie sul futuro, ma una salda concordia d’animi nascente da una effettiva concordia di opere, e consapevole omogeneità di movimenti, nella multiformità dell’azione, per una vera coscienza di masse formatasi con metodo sperimentale, concretatasi intorno ad interessi vivi e presenti, non in contrasto con l’ideale futuro, ma riferiti, collegati, coordinati ad esso….

Il movimento socialista reggiano fu sempre combattuto dai borghesi, con varia fortuna ma con eguale accanimento;… Non solo i clericali e i vecchi moderati conservatori, ma quelli che di solito sono i “democratici”, gli furono contro, per l’azione cooperativa e per lo sviluppo di aziende municipalizzate che ledevano gli interessi dei ceti sociali del piccolo e medio commercio…

Della “intransigenza” politica e morale di Camillo Prampolini, e dell’intransigenza del socialismo reggiano, fu indubbio segno che un simile uomo, giunto ai gradi altissimi nella estimazione pubblica nazionale, non soltanto del suo Partito, ma della Camera (fu membro del Comitato dei cinque per l’inchiesta Nasi; gli fu offerto di partecipare alla Commissione d’inchiesta per le spese militari; fu designato per Vice – Presidente della Camera; Fu sempre membro della Giunta per le elezioni) serbò nella vita locale della sua piccola città, ove non smise mai di operare e di scrivere, benché l’ambiente fosse provinciale e dove, specialmente nell’avanzar dell’età, gli uomini divenuti illustri passano nell’ olimpo delle figure “superiori ai partiti” cui tutti fanno più o meno aperto e sincero omaggio come ad una gloria cittadina…

Egli, viceversa, fu sempre odiato da colore che “dovevano” odiarlo, anche se dentro di sé erano costretti a stimarlo; egli ebbe sempre avversari coloro che egli combatteva come esponenti dei nemici della classe lavoratrice. La sua milizia fu sempre fervida a un modo, la sua intima solidarietà e corresponsabilità col movimento fu sempre intera. Circondato d’amore vivissimo da parte dei lavoratori e di molti cittadini simpatizzanti per il socialismo, egli non ebbe mai - non poté avere ! - degli ammiratori ed elettori personali, che separassero lui dalla sua fede e dalla sua opera politica…La sua dottrina e la eloquenza erano nel socialismo e pel socialismo; la sua personalità era “una”, privata e politica, intellettuale, morale e socialista, inscindibilmente.

Quasi dovunque, in Italia, per vicende d’uomini e di casi singoli, si ebbero dei “ focolai rossi”, che vissero un’età d’oro e poi si spensero o languirono, indi rinacquero in altra forma e con altre persone, o si trasportavano altrove legando la propria sorte a quella degli individui più eminenti, o variando indirizzo secondo il vento delle tendenze. Anche se si riaccesero vigorosi, quanto sperpero di energie e di tempo in questo fare, disfare, rifare; quanto cammino inutile in questo muovere a zig zag, quanta dispersione di forze nel ricostruire la fiducia delle masse, illuse e deluse; quella fiducia che è sì mirabile elemento di successo, e che inevitabilmente vien meno quando un movimento s’arresta, un uomo s’allontana o tradisce, una tattica fallisce…

Nel reggiano il fuoco arse sempre inestinguibile sul focolare; fiamma consistente, senza vampate improvvise, senza girandole pirotecniche e fuochi artificiali, ma continua. E si camminò diritto non perdendo tempo in tornare indietro e in rifar la strada; con passo cauto, misurato, calcolato ma ininterrotto…

A questa continuità valse immensamente la presenza di Camillo Prampolini, che, assurto a rinomanza e ad uffici nazionali, non abbandonò mai la sua Reggio, come , viceversa, molti fecero che, saliti in fama, si trasferirono in centri maggiori, lasciando un movimento locale il quale, per esser troppo immedesimato con la loro persona, si sfasciò quando mancò io capo…

Grande elemento di forza e di fortuna fu la felice maniera dei rapporti sempre esistiti fra Circoli politici ed Organizzazioni economiche…Nel reggiano, Circoli e Associazioni economiche vivevano in contiguità (a differenza di altre parti del Paese ove o vi furono innaturali fusioni o si crearono le condizioni politiche per scontri ed incomprensioni tra il Circolo politico – considerato l’anima, lo spirito, il cervello del movimento…- e l’Organizzazione economica, ritenuta quale vile materia, ventre molle del movimento preoccupato soltanto a garantire aumenti salariali…-), con divisione di funzioni e di compiti, senza fusioni forzate e reciproci antagonismi. I lavoratori più coscienti e più ferventi si inscrivevano nel Circolo politico, la maggioranza meno portata allo studio e alla milizia politica era nelle Leghe e nelle Cooperative; ma tutto il movimento era ispirato da un’anima medesima, e ogni passo avanti del proletariato sulla via delle sue rivendicazioni materiali era nella direttiva e per la mèta del socialismo, cioè della emancipazione totale del lavoro, e della ricostruzione radicale del mondo sociale, politico e morale. Ogni conquista anche piccola, ogni lotta anche contingente, era illuminata dall’obiettivo futuro, era indirizzata a quel fine, era presentata come un passo verso quella mèta. Non vi erano due strade, una per i più veloci e una per i più tardi, ma una strada sola che alcuni percorrevano con più chiara e completa visione del futuro, e altri con più modesta percezione del bene immediato; ma ogni passo era su quella strada, ogni moto era quel fine. E quando l’immediato paresse pregiudicare il futuro, quando la realtà materiale compromettesse l’ideale, l’anima politica illustrava e additava la via, senza urti e conflitti, ma con la persuasione e la ragione, che insegna ed eleva.

Aggiungiamo che il movimento operaio stesso, guidato da uomini animati da piena convinzione della finalità massima, fungeva da freno – in ragion della sua vastità e complessità - alle eventuali deviazioni di particolari interessi o appetiti di categoria. Quando veramente è tutta la classe lavoratrice che si muove, è ben raro che non abbia essa in sé stessa la visione universale del moto e del fine, e l’antidoto spontaneo alle degenerazioni dei ristretti egoismi.

Nella concezione, nella propaganda, e nell’opera di Prampolini e de’ suoi collaboratori, il “minimo” era un incessante se pur lenta attuazione del “massimo”; Questa faccenda del programma massimo e del programma minimo fu sempre assai poco chiara nella mente di molti…

“Massimo” e “Minimo” si realizzano di conserva, mercé un’opera di demolizione, di penetrazione, e di ricostruzione, unitaria, inscindibile e organica.

In realtà, “massimo” e “minimo”, via e mèta, son differenziazioni capziose, o espedienti di propaganda. A chi possiede la concezione sintetica del divenire socialista, tutto è in armonia, tutto è su un immenso piano acclive che ascende, ininterrottamente, verso le cime…

Dagli inizi, quel che fu poi il grandioso edificio social-proletario crebbe senza stolti dualismi tra spirito e materia, fra idealità e interessi, che, è danno dei Partiti di massa, se non sanno risolverlo con unità di visione. Prampolini portò alle folle la “parola” che fu detta evangelica, il “verbo”: ma volle che il “verbo” si facesse carne, e fece leva sui sentimenti e su interessi, fuor da quello strano pregiudizio che par ritenere vergognosi i giusti e onesti interessi, e nobili solo i sentimenti, come se questi potessero vivere in aria, avulsi dalla realtà! Nulla in lui di tale metafisica, bugiarda quando non è scema; ma sana e aperta contemperanza di realismo e di idealità. La meta è altissima, nobilissima, ma noi la attuiamo ogni giorno, ad ogni passo; e via e mèta si fondono nell’azione guidata dalla fede…

Nulla è minimo e nulla è massimo; è una concezione e uno sviluppo progressivo, e il massimo si realizza ogni giorno attraverso il minimo…

La tradizione, avvezza a considerare quasi unicamente il risorgere di un Paese o di una classe attraverso le elites, non avverte di solito che la redenzione delle grandi masse, postulato e premessa, a un tempo, del socialismo, non può avvenire per forme e virtù d’eccezione, ma per lungo e vasto esercizio di qualità medie, diffuse in largo campo, estese ai molti, non eroi, ma uomini; e che tuttavia, la salda e continua disciplina di quelle umili virtù, può vacar, nell’ora del bisogno, dalla folla degli uomini, il manipolo degli eroi; può anche, da ciascun uomo, trarre una scintilla d’eroe.

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