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Biografia di Camillo Prampolini
Cenni biografici tratti dall’opera di Giovanni Zibordi:
"Saggio sulla storia del movimento operaio in Italia: Camillo Prampolini e i lavoratori reggiani" (Bari - Laterza, 1930)
Nel piccolo, povero centro artigianesco, (Reggio Emilia N.d.C.) , la “ribellione” si tingeva naturalmente di anarchismo, anche in coloro che non ne seguivano ex professo le dottrine. Il maggior convegno dei sovversivi era il botteghino di un liquorista - Angelo Canovi - dove le discussioni duravano da mattina a tarda notte…Come Prampolini si sia trovato tra questi elementi, narra egli stesso:” Quando divenni socialista, gli anarchici e i socialisti erano ancor confusi insieme. Erano gli uni e gli altri degli “umanitari” internazionalisti. Prevalevano i credenti nel miracolo di un’imminente rivoluzione. Né molto diverso ero io, benché più sereno e più evoluzionista, e per istinto avverso alla violenza, pur ritenendo inevitabile e storicamente necessaria la rivoluzione…
In seguito venne sempre meglio chiarendosi in me l’antitesi fra noi e gli anarchici, ma la disputa non si svolgeva in forme aspre…”Ma c’era voluto del tempo prima che arrivassi alla conclusione - per così dire evidente - che proclamai al Congresso di Genova del 1892 (anni di costituzione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani N.d.C.): che gli anarchici e noi, malgrado l’affinità della meta, eravam divisi da metodi così opposti, da essere due diversi Partiti”…
Convien aggiungere che sempre di poi Prampolini, avversando la violenza anarchica, avversò anche - e con lo stesso animo - la violenza reazionaria: e viceversa. Vale a dire che si pose, con apertissimo (e raro) coraggio logico e etico contro il “mezzo violenza”, come antiumano, incivile, utopistico, e infecondo sia a fermare che ad affrettare la Storia, indipendentemente dal fine…E ad ogni periodo di “forca”, e più ancora in occasione del regicidio del 1900, e della reazione del ’98 che l’aveva preparato, e della reazione che lo seguì, Prampolini condusse vigorosamente campagne di propaganda contro gli “anarchici del basso e dell’alto”. Quanto alla situazione reggiana, i residui anarchici andarono disperdendosi parte volgendosi alla concezione schiettamente socialista, parte isolandosi, inattivi e inascoltati…
Quali fossero le condizioni materiali e morali delle classi operaie e campagnole in quei tempi, può dedursi da una tabella delle tariffe conquistate nel 1886 mediante uno sciopero di muratori e braccianti, che fu una novità e fece molta impressione nella città, atterrì e irritò i conservatori, e fu come il primo notevole segno di vita e di lotta delle masse: sciopero al quale i socialisti, con Prampolini alla testa, diedero incitamento e guida. Le mercedi giornaliere dei muratori andavano da un massimo di lire 2,15 pel muratore di prima classe, a un minimo di 90 cent. Per manovale di terza. I braccianti, pei lavori di sterro, percepivano da 1,50 a 1,75; le risaiole, 60 cent. il giorno. Gli orari eran di 13 ore, con due ore di intervallo. In città mancavano le industrie, e un artigianato sempre più misero, un piccolo commercio sempre più anemico, lottavano col bisogno, e si dividevano tra il servile ossequio e attaccamento ai signori, e un vago senso di ribellione. Nelle campagne, non meno delle esiguità delle mercedi, tormentava i lavoratori la scarsità e incertezza dell’occupazione. La borghesia, timida e avara, rifuggiva dal costruire, dal migliorare i terreni, dall’impiegar capitali in opere che non fossero di urgente necessità. Piuttosto che dedicarsi alla conduzione dei fondi, preferiva darli in affitto o a mezzadria o a colonia, con patti di fame per i coltivatori; i quali a lor volta Né potevano né volevano occupare i braccianti. Quali forme primitive di organizzazione vi fossero allora, conviene accennare; soprattutto perché il movimento operaio reggiano sarà più tardi caratterizzato dalla cooperazione, ed è giusto richiamarne la preistoria.
Ma (e qui cediamo la parola a Prampolini) “ la prima cooperativa di consumo con più vasti orizzonti fu quella del Vinsani, appoggiato poi da Giacomo Maffei, nata nel 1883…Ma la sua cooperativa, che aveva raggiunto un grande sviluppo aggiungendo però debiti a debiti, combattuta sempre più aspramente dagli esercenti, finì miseramente nel 1888…Ma ciò’ fu utile a far comprendere la grande importanza della cooperative di consumo, che risorsero più tardi con più chiari concetti socialisti…La cooperazione di lavoro ebbe circa in quegli anni origine con la cooperativa muratori fatta da Luigi Roversi, e prese sviluppo verso il ’90 per le leggi propugnate dal Maffei, per cui gli enti pubblici dovean dare alle cooperative i pubblici lavori. Contemporaneamente sorgono Leghe di resistenza. Siamo già agli albori del Partito socialista dei Lavoratori Italiani. Ma io, ne La Giustizia, battevo particolarmente il chiodo per l’organizzazione dei contadini (mezzadri, affittuari, coloni) e più tardi costituii la Lega contadini. Ma la Lega , che doveva svolgere soprattutto azione di resistenza, in pratica si volse alla cooperazione consorziale per l’acquisto di concimi, sementi, macchine, diventando la cooperativa contadini, che tuttavia serbò sempre qualche cosa dell’anima originale, e nel 1920 capeggiò un famoso sciopero di affittuari e mezzadri”…il suo pensiero, corredato da assidui studi, si andava intanto sempre meglio orientando e precisando verso il marxismo; e così nacque il 29 gennaio 1886 la Giustizia, Difesa degli sfruttati…
Solo a 27 anni, nel 1887, … si decise a parlare in pubblico. Le sue prime conferenze furono in piccoli paesi dei dintorni di Reggio. Memorabile, per lui, una, a Cadelbosco, in un giorno di sagra, in cui, tra la folla, vi erano dei borghesi che lo guardavano come un mentecatto, e delle signore della “buona società” che nella prima giovinezza egli aveva frequentato, le quali miravano tra ironiche e scandalizzate il “disertore”. Più tardi egli ricorda una conferenza a Busto Arsizio, dove l’avevano invitato i socialisti di Milano, i quali (Turati, Lazzari, la Kuliscioff, altri dei più in vista) vi assistettero, riportando un’impressione di ammirato stupore per il modo affatto nuovo di dirigersi alle masse, con una elementarità e insieme una nobiltà di oratoria, con una cura di farsi intendere e una passione così ardente di convincere, che lo trasfigurava…La costante preoccupazione di una assoluta semplicità e chiarezza (ciò che qui si dice dell’oratoria sua, è detto altresì della propaganda e della polemica scritta)tale che il più modesto potesse intenderlo, fu la prima ragione di quella sua forza. Guardò sempre alle moltitudini più diseredate, e parlò per esse. E tra esse , guardò ai più incolti e chiusi di mente, come il buon maestro guarda non ai primi, ma agli ultimi della scuola…
Notevolissima, l’assenza quasi assoluta di similitudini, che è pur uno dei mezzi, anche onesti, di propaganda. Prevalenza forte di ragionamento, ma fatto con forme che ne tolgono la secchezza e ne avvivano l’evidenza; e pervaso, intriso, circonfuso da un’aura di sentimento, che non si può esprimere, ma che si può definire, per differenziazione, dicendo che è l’opposto assoluto del sentimentalismo, quale inonda così spesso la propaganda anche dei galantuomini…Quanto al contenuto e alla sostanza, quei suoi discorsi che certa orgogliosa critica di superuomini raffigurava come “prediche di un curato di campagna”, erano materiali di meditazione e di dottrina, rara a trovarsi in molti dei nostri maggiori e migliori. Pochi uomini avevano studiato con tanta coscienza la questione sociale, pochi ci avevano riflettuto con tanto assiduo ardore, e pochi leggono, in genere, tanto come Prampolini…Dal 1886 in poi, ciò che Turati e Anna Kuliscioff fecero nella Critica, per diffondere il marxismo tra gli intellettuali e i politici, egli lo fece per divulgarlo tra le folle, unendo un rigoroso indirizzo dottrinale a una miracolosa facoltà di volgarizzazione senza volgarità, di semplicità senza semplicismo, di accessibilità senza inganni…Sparse fiducia, non illusione; ... del movimento socialista reggiano fu il risultato di circostanze complesse; prima di tutto, la sua autonomia insegnò incontentabilità, non scoraggiamenti. Avanti, sempre avanti, sempre più in alto!
La genuinità del movimento socialista reggiano fu il risultato di circostanze complesse:
prima di tutto la sua autonomia dai “vicini” politici. Molto in Italia il socialismo si trovò stretto fra vicini di destra e di sinistra, che lo influenzarono, lo deviarono, lo falsarono, per ragioni di concorrenza e di opportunismo. I democratici e i repubblicani, gli anarchici o i rivoluzionari generici, gli diedero un po’ dei loro colori, lo trassero per sentieri che nn erano i suoi, lo costrinsero a rallentare o ad affrettare il passo: il passo non delle “cose”, ma delle parole, dei gesti, delle esteriorità…La propaganda di Prampolini badò alla “critica dei soggetti” piuttosto che alla critica dei soprastanti. Un sistema sociale fondato sull’iniquità ci domina tutti quanti, e i nostri sentimenti poco si differenziano fra un ceto sociale e l’altro, e le male volontà dei fortunati han poca parte nella infelicità dei diseredati. Ma se si vuol parlare di colpe morali, guardino allora i lavoratori dentro di sé, prima che inveire contro i potenti. Vi è una società male ordinata; ed essa poggia proprio su coloro che ne sono oppressi. Chi fornisce ai dominanti puntelli del loro potere, i gendarmi e i krumiri, gli elettori e i cortigiani e i servi, se non il popolo? Esso ha mille attenuanti, d’accordo: la miseria, l’ignoranza, la tradizione. Ma ciò spiega e giustifica, non rompe il circolo vizioso. A romperlo, occorre una visione nuova, e uno sforzo di volontà. Occorre convergere alla conoscenza e alla redenzione di noi stessi, la più gran parte di quella energia che si disperde nel recriminare o nell’imprecare contro gli “oppressori”; suscitando e formando in noi - anziché cercarla fuori di noi - la forza consapevole e attiva della ricostruzione sociale.
Il dovere è ben duro da praticare, e da udire, a chi dei doveri, o degli obblighi ne ha già tanti sul collo, e deve portarli e adempirli per necessità di vita…Se esso è prospettato come coincidente con l’interesse della classe - interesse nobile perché trascende l’io del singolo, e perciò combaciante a sua volta con l’ideale - allora la parola e la sua sostanza può essere ascoltata ed accolta, e farsi feconda.
Il dovere è parola poco corrente, nel linguaggio dei Partiti proletari. Gli agitatori preferivano la parte critica e demolitiva, l’attacco ai Governi e allo Stato, le invettive ai dominanti. I vecchi Partiti di sinistra correvano volentieri il palio della demagogia giacobina. Il “dovere” pareva antitesi del “diritto” anziché corrispettivo; pareva deprimente, rassegnato, anziché formativo della coscienza delle necessità vitali di una convivenza sociale… E tuttavia il dovere positivamente inteso, è semplicemente la codicio sine qua non per cui una classe, che vuol abbattere il dominio di un’altra, acquista il “diritto” positivo - non l’astratto! - di surrogarla e di raccoglierne l’eredità. Sarà lo innalzamento del proprio livello intellettuale, morale, tecnico, che recherà al proletariato, non il premio del Cielo, ma l’autorizzazione di fatto a farsi centro dirigente di n ordine nuovo. Vi è molta gente che concepisce l’avvento del socialismo in varie forme, rivoluzionarie o gradualiste; ma poca che pensi al carico di funzioni e di responsabilità che il proletariato andrà ad assumersi in un ordinamento di cui esso sia il perno. E a parlarne , si teme di passare per addormentatori e quietisti.
Ci dicono gli avversari politici: ” Voi socialisti predicate i diritti alle masse; non parlate mai dei loro doveri”. E s’è spesso citato come eccezione tanto più encomiabile quanto più rara, Prampolini. Or è verissimo che egli parlò sempre di doveri. Ma quali doveri? E verso chi? Generalmente chi rimprovera i socialisti di non aver parlato di doveri, intende o sottintende, doveri di servire con sottomissione, di non pensare a ribellarsi, di portar rassegnatamente il giogo della sorte.
Ma Prampolini non ha mai insegnato questi doveri. Anzi egli pose come primo tra i doveri del lavoratore, quello di unirsi coi propri fratelli di fatica e di miseria, per migliorare il proprio stato, per raggiungere la giustizia sociale. Il dovere di essere ribelle è il primo dell’oppresso. Ma ribelle in che senso e in che modo? Non certo nel senso e nel modo individualistico, con l’atto o col sentimento ” personale” di odio o di violenza contro il padrone. Bensì ribelle con l’organizzazione, con l’azione collettiva di classe, con i mezzi che l’unione e la solidarietà offrono al proletariato.
Altri doveri ancora egli inculcò ai lavoratori, d’ordine contingente, come quello di eseguire lealmente il patto verso il datore di lavoro, ma poi osserva con correttezza le clausole del contratto, così come ne esige la osservanza da parte del padrone. E, al disopra di questi, instillò i doveri di onestà privata, di buon costume famigliare, contrastando fermamente quelle teorie di un eccessivo determinismo, secondo le quali, siccome vive in condizioni di strettezze e di abbiezione, e circondato dai mali esempi dei ricchi, può dispensarsi dal cominciare in sé lo sforzo del suo miglioramento morale, rimandando tutto ciò… a quando sarà venuto il regno della giustizia, e l’agiatezza gli consentirà di essere più morale, più civile, di aver sentimenti più elevati. No. Egli non interpretò così piattamente il “determinismo”, ma fece leva sulla volontà, sul senso di coscienza del lavoratore, ridestandola, potenziandola, facendogli intendere che aspettare il socialismo per “ essere socialisti” con l’animo, era un vicolo cieco, un circolo chiuso che occorreva spezzare “cominciando” in sé stessi una vita nuova; e che ciò era il mezzo per affrettare l’auspicato avvenire.
Ma al di là di questa educazione morale, vi fu sempre nella sua propaganda una predicazione di doveri, che sarebbe stata ben sgradita ai borghesi, se ne avessero avvertita la vera essenza e portata. Essi erano assai contenti, e legittimamente contenti, quando Prampolini diceva all’ operaio muratore o falegname: “ Fatti pagar bene, ma lavora bene e con coscienza, perché il tuo padrone ha diritto che tu adempia lealmente il tuo dovere”. Ma sarebbero stati meno contenti se avessero notato e questa predica morale, estesa poi alla categoria e alla classe, significava:” Lavorate con abilità e con coscienza, addestratevi a “produrre” bene, in modo da emanciparvi dal padrone, in modo da “organizzare” il lavoro e la produzione tra voi stessi operai, senza bisogno del padron di bottega, del capo mastro del cantiere”. Questo è il dovere della “classe”, che, se vuole eliminare il privato capitalista deve abilitarsi a sostituirlo nella sua funzione sociale, deve mettersi in grado di dimostrare alla collettività che il “privato” non è più necessario, perché l’organizzazione ne adempie l’ufficio di organizzare la produzione e il lavoro, di fabbricar le case a chi ha bisogno di case, di costruire le macchine per gli opifici, di coltivar la terra per fornire a tutti le cose occorrenti alla vita.
E qui, tutta la parte tecnica - della preparazione professionale, delle conoscenze inerenti ai vari mestieri - vi era tutta una parte morale nuova. Voi operai, che vi dolete giustamente del padrone, del suo egoismo, della sua avidità di lucro, siete certi di essere senza egoismi e senza avidità? Emancipati dall’esoso gioco del padrone, siete sicuri di saper vivere liberi ed eguali in fraterna concordia, senza che alcuno voglia soverchiar l’altro, senza che alcuno cerchi di esimersi dai comuni doveri, sfruttando il compagno; senza che l'invidia, la vanità, la maledetta passione di star di sopra, di comandare, di prepotere, rompa le unioni di lavoratori, e faccia sogghignar di gioia i vinti borghesi, pronti a mostrare che essi avevan ragione, perché il lavoratore non sa vivere senza la sferza del padrone, e non sa fare per coscienza ciò che da secoli ha fatto per bisogno e per timore?
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