
Biografia di Camillo Prampolini
Cenni biografici tratti dall’opera di Giovanni Zibordi:
"Saggio sulla storia del movimento operaio in Italia: Camillo Prampolini e i lavoratori reggiani" (Bari - Laterza, 1930)
Prampolini intendeva il socialismo come la redenzione dei lavoratori - ma non di coloro soltanto che oggi sono i lavoratori, ma di tutti coloro che via via lo diventano; come il riordinamento sociale verso la mèta collettivista, attraverso una continua crescente organizzazione degli sfruttati d’ogni campo e d’ogni specie, contro le forme monopolistiche, parassitarie, depredatrici. Non dunque collaborazione col “nemico”, ma aggregazione, attrazione di tutti coloro che non han motivo di non esserci amici; espansione, non isolamento; transigenza, non transazione…E poi non è affatto vero (come afferma certo determinismo semplicista) che la gente segua sempre il suo interesse. Essa segue spesso quello che crede il suo interesse: il che è profondamente diverso. Il proletariato stesso, che per sue condizioni di vita dovrebbe sentire con pronto intuito il suo interesse, quanto è tardo e miope a vederlo e quanto è a volte ignavo a difenderlo!…
Il marxismo aveva visto prevalentemente l’antitesi e la lotta tra captale e lavoro, tra padrone e salariato, tra chi ha solo le braccia da vendere, e ha urgenza di venderle, per mangiare, e chi deve comprarle, ma senza fretta (e fino a un certo punto); e si occupò meno di tutta quell’altra vastissima antitesi fra chi ha prodotti da vendere, ma non ne ha urgente bisogno, e chi deve senza ritardo comprarli giorno per giorno, se vuol vivere: la lotta nel campo del consumo, accanto a quella del lavoro. Il socialismo reggiano volse la sua attenzione e la sua opera anche a questo lato della lotta di classe; onde una propaganda assai complessa e irradiante, e l’azione cooperativa.
La funzione di organizzare la produzione e distribuire le merci è importantissima ed è necessarissima. Ciò che il socialismo contesta è che essa sia svolta dai “borghesi” capitalisti e che questi, profittando del monopolio privato e del bisogno del pubblico se ne appropri un compenso eccessivo…Ciò che non è necessario non è già la funzione, ma il fatto che essa sia compiuta da privati speculatori anziché dalla collettività o da gruppi di essa, attraverso aziende collettive: cooperative, aziende municipali, enti di consumo, consorzi, ecc.
Per assumere tali funzioni, in concorrenza o in sostituzione del privato, occorre però “far meglio di lui”. Il parassita, lo sfruttatore, il borghese capitalista – in teoria – può praticamente affermare che egli è pur necessario, se altre forme di attività non lo surroghino con vantaggio del pubblico, o dopo breve infelice esperimento falliscano per inabilità, deficienze tecniche e morali, scarsa coscienza dei dirigenti o partecipi. Non basta combattere: bisogna sostituire. Non basta abbattere: bisogna superare…
Per quanto riguarda i campagnoli che seguono la nostra bandiera, sono genericamente dei contadini, ma non sono “i contadini” (se non in piccola parte) che nel reggiano portano tale denominazione. Essi sono braccianti, dei piccolissimi proprietari, dei giornalieri o cameranti; mentre i “contadini”,
quelli ricchi, hanno sempre seguito il partito dei padroni e specialmente dei preti…
Portando la lotta al di là del duello tra padroni e salariati, ma allargandola al conflitto fra speculatori del commercio e consumatori, il cammino si fa vasto…Il socialismo, allora, non è, in via contingente solo la battaglia per una giusta mercede, ma uno sforzo di molti cittadini, dissanguati dalla speculazione, che difendono non solo il loro lavoro, ma il prezzo dei beni commerciali da acquistare. Larghissime zone sociali, alle quali pochi pensavano: come se, deciso il duello tra i due gruppi, padroni e salariati (la intransigenza puritana, attenendosi alla lettera di Marx, escludeva gli artigiani, e sospettava fortemente degli stipendiati…) quella gran massa di mezzo dovesse acconciarsi senza dir verbo ai nuovi ordinamenti.
Eppure quelle zone sociali hanno un peso formidabile e a certe ore decisivo, a seconda si spostino a destra o a sinistra, e il loro spostarsi è determinato in parte da sentimenti e in parte da interessi precisi…
Il proletariato socialista nazionale ebbe torto di non tenere adeguato conto dell’esistenza di questa gente di mezzo, non tanto nel senso utilitaristico elettorale di accaparrarsi i voti dei ceti medi, quanto nel senso, pratico e avveniristico insieme, di riflettere che quella gente è quella che forse più di ogni altra esige che i rinnovatori sappiano far funzionare la società; non abbattere solo, ma ricostruire; e assumersi le responsabilità del trapasso in modo che i servizi non subiscano interruzioni.
E’ a questa gente soprattutto che il proletariato deve dimostrare di esser capace di amministrare ex novo la società. E’ essa la maggioranza, neutra più che positiva ma indispensabile a chi voglia governare, che convien dimostrare – per va di prove pratiche più che di belle parole – che un nuovo assetto sociale le darà un onesto benessere e le assicurerà tranquillità di vita, quanto e meglio del sistema capitalistico.
E’ forse “borghese” un movimento socialista, se riesce a dar la prova, anche al di là dei lavoratori manuali, che esso è in grado di fornire le cose necessarie al pubblico e di sostituirsi felicemente alla classe finora dominante, nella gestione della società? A noi non pare; pare anzi che quel movimento socialista (quello reggiano N.d.C) abbia raggiunto un potere di irradiazione grandissimo, se fa paura ai pochi autentici parassiti, e non fa paura anzi inspira simpatia a sempre più numerosi elementi, che non hanno una ragione al mondo di temerlo.
Ma queste larghe zone sociali sono da tenere in conto per un più alto motivo etico-pratico, che Prampolini sempre sentì in modo particolare: non è né giusto, né possibile, tenere il dominio senza l’adesione della maggioranza. L’elite, anche se ha in sé un diritto del tutto astratto non può imporsi alla gente contro sua voglia. Conquistare dunque le adesioni, i consensi di quelle larghe zone medie, era necessario, e dovea farsi soprattutto attraverso l’azione delle cooperative di consumo e di lavoro, quali campi sperimentali e dimostrativi della idoneità tecnica e morale della classe lavoratrice di sostituire la borghesia nella distribuzione delle merci; quali embrioni della società futura, quali prove che essa poteva reggersi anche senza l’imprenditore e commerciante privato.
A questo principi giuridico-morale del “diritto della maggioranza”, corrisponde un concetto pratico. Se la maggioranza della società non aderisce al socialismo, se non sa o non vuole concorrere ad attuarlo e a farlo vivere, la rivoluzione non è né effettiva né durevole. Si avrà “un governo di socialisti”, non “ il socialismo”. Si toglieranno i latifondi ai signori della terra, ma i contadini si spartiranno i poderi, e si avrà un individualismo di artigiani del suolo, non il collettivismo. Logicamente, da questo concetto della maggioranza discende il ripudio della violenza come mezzo di conquista (non di difesa del diritto acquisito, che in tal caso non è violenza, ma esercizio di un dovere). O il socialismo ha la forza del numero e della coscienza, e la violenza è superflua, e la sua forza finirà per vincere anche la violenza controrivoluzionaria; o il socialismo non ha questa forza, e la violenza è insufficiente,- oltreché eticamente ingiusta – a instaurare durevolmente il socialismo…
Grandiosa costruzione (quella del socialismo reggiano N.d.C), a più piani e a più corpi di fabbricato, ma unica nello spirito e nell’indirizzo, e strettamente coordinata nella vita; edificio economico, politico, amministrativo, connesso e armonico; e l’economico suddiviso nella resistenza e nella cooperazione, e la cooperazione in consumo, lavoro, ed agricola. Le vittorie elettorali, sentite nella loro importanza politica, e nel loro valore materiale, poiché le pubbliche Amministrazioni conquistate dai socialisti, riconoscono per programma i diritti delle organizzazioni operaie, come le associazioni operaie valutano il significato della conquista politica dei Comuni al di là dei loro contingenti interessi materiali e locali…
La vastità del movimento operaio reggiano portava la “classe” a identificarsi con la “collettività”…
I Deputati socialisti del reggiano rappresentavano veramente, come vuole lo Statuto, la Nazione, e non i singoli collegi. E le lotte parlamentari per la concessione di opere pubbliche – come quella, accanitissima, per la linea Reggio-Ciano costruita e poi condotta dalle Cooperative – significavano un vero urto di classe, e di principii, implicavano la questione sociale nei suoi termini fondamentali.
L’impostazione del problema, la propaganda e l’agitazione polemica che si svolgeva in tali occasioni, era profondamente " massima”; poneva il conflitto tra il diritto privato e il diritto delle masse, fra speculazione individuale e organizzazione dei lavoratori, nella sua luce superiore. Si prospettava alla collettività dei cittadini, alla opinione pubblica - che in fondo erano proprio loro i veri depredati, insieme coi proletari braccianti e artigiani- la questione; si svelava, si denudava, nei suoi reconditi aspetti, il duello tra capitalisti, che si vantavano indispensabili per compire le opere pubbliche, e operai organizzati, che si erano conquistato il diritto di avere direttamente dai poteri pubblici l’appalto dei lavori, con la raggiunta capacità di eseguirli, e di eseguirli meglio dei privati speculatori. Interesse, diritto, dovere confluivano in una visione sociale e morale…
Tutto questo edificio si è costruito lentamente, progressivamente, per dilatazioni e per inserzioni successive, quasi senza interruzioni e senza regressi. Ad esso Camillo Prampolini partecipò, combattente e guida, animatore e moderatore, ispiratore e maestro, giornalista, propagandista, deputato, pubblico amministratore della sua città – unendo virtù di insegnamento dottrinale e ideale, all’opra pratica di costruttore e di esperto. Lungi dall’essere accentratore ed invadente, era pur sempre pronto ad accettare i pesi che gli venivano imposti dal Partito…
I problemi politici o gli amministrativi, la cooperazione e le lotte della resistenza, trovavano in lui non “l generico” che dà l’adesione e l’incitamento di massima, ma il condottiero e il pratico che conosce di ciascun ramo le questioni, e che tutte le sviscera e le avvalora in una concezione unica e molteplice, minima e universale.
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