Dal discorso alla Camera del 31 maggio 1893

Io anticipo la risposta del sottosegretario di Stato all’amico Maffei, e compio un dovere raccomandando vivamente alla Camera l’accettazione dell’emendamento proposto. Avendo infatti visitato di persona i disoccupati di Molinella, posso affermare che se grande è la miseria dei braccianti in ogni regione d’Italia, essa e grandissima in quel Comune. Già da oltre un mese io fui colà; ho interrogato quella povera gente ed ebbi a constatare privazioni e stenti veramente eccezionali. Basti il dire che moltissime donne, moltissimi braccianti mi narravano che da due mesi non mangiavano minestra. Ora pensi la Camera che questo succedeva, come ho detto, oltre un mese fa, e che quella povera gente durante questi ultimi trenta e più giorni non ha ancora potuto trovare lavoro; pensi che fino da allora alcuni di quei disgraziati erano stati raccolti sulla strada semisvenuti per esaurimento, pensi che lo stesso commissario regio, che allora diceva con me che la miseria poi non era così grande come si credeva, oggi dinanzi alla tristissima realtà, si è dovuto egli pure persuadere del contrario, tantoché ha diramata una circolare ai ricchi e non ricchi del luogo e di fuori chiedendo soccorso, perché veramente quei miseri braccianti muoiono di fame; pensi, dico, a tutto questo la Camera, e dopo che avrà sentiti confermare dallo stesso sottosegretario di Stato questi e gli altri fatti cui ha accennato l’amico Maffei, essa non potrà, a parer mio, respingere la proposta di aumento di 700,000 lire per eseguire lavori che d’altra parte sono richiesti non solo dalla fame degli operai, ma anche da necessità tecniche. E qui avrei finito. Però, se la Camera me lo permette, vorrei fare un’altra osservazione al rappresentante del Ministero dei lavori pubblici, ed è che non soltanto nei comuni di Molinella e di Cadelbosco i braccianti si trovano ora in condizione deplorevolissima. Alle cause permanenti che aumentano di anno in anno, fatalmente, il numero dei disoccupati, quest’anno si aggiunge anche l’altra della siccità. che ha ridotto in condizioni più disgraziate che mai i piccoli proprietari. E così avviene che proprio in questa stagione, nella quale ordinariamente i braccianti trovano il modo di guadagnare quel tanto che loro, appena appena, permette poi di vivere l’inverno, quest’anno essi si trovano ancora in grandissima parte disoccupati. Credetelo, siamo in uno stato di cose che merita ed esige un provvedimento eccezionale, straordinario. E perché la Camera comprenda a quali fatti si può andare incontro, narrerò un brevissimo aneddoto. Un Comitato di braccianti, non dico di quale Comune, si presenta al Municipio, e domanda lavoro. Il Municipio risponde al solito, di non aver quattrini. Il Comitato si presenta al prefetto e ne ha la stessa risposta. Ebbene: sapete quali furono i commenti dei braccianti, quando i loro compagni del Comitato portarono la triste notizia della inutilità delle loro richieste? «Ma insomma - dissero quegli sventurati - se nessuno provvede a noi, se i proprietari non possono darci lavoro, se il Governo, la Provincia, il Comune rispondono di non avere fondi, dovremo cominciare a provvedere da noi alla vita nostra, perché noi abbiamo pure diritto di vivere! Vuol dire che ci uniremo, e quei prodotti, che ora partono da questi campi, da questi villaggi che noi abitiamo, non li lasceremo più uscire e ce li prenderemo per noi, per non morir di fame. Non abbiamo forse diritto all’esistenza?» Questo aneddoto serva a darvi un’idea dei sentimenti, giustissimi del resto, che vanno mano mano inoltrandosi nelle classi lavoratrici, vittime della disoccupazione forzata. Ho detto, senza esitare, sentimenti giustissimi, perché, sebbene io sappia che parlo in un ambiente che è ben diverso da quello doloroso dei braccianti, sento però che in fondo all’animo vostro, voi pure date ragione a quella povera gente, voi pure riconoscete che è l’istinto di conservazione che parla in loro, che deve parlare così; voi tutti pensate che se vi trovaste nelle loro condizioni direste altrettanto. Ricordi dunque questo stato di cose il Governo. Io ho creduto mio dovere rammentarglielo, specialmente perché, pochi giorni or sono, l’onorevole Giolitti (forse per un lapsus linguae) ha avuta l’infelicità di proclamare qui, in piena Camera, che coloro i quali hanno voglia di lavorare trovano sempre lavoro! Ed egli, presidente del Consiglio, ha pronunziata una bestemmia simile e vi è stato perfino chi lo ha applaudito, mentre vi sono migliaia di braccianti e di operai che implorano inutilmente lavoro e che per una lira al giorno, ed anche per meno, lavorerebbero volentieri! Se questi sono i criterii del Governo, è chiaro che i disoccupati non hanno molto da sperare da lui. Se invece il Governo riconosce che i disoccupati vi sono e che hanno il diritto di vivere, provveda senza ritardo, energicamente. Poiché, ripeto, bisogna persuadersi che si tratta quest’anno di una condizione di cose eccezionalissima. E qui, ricordando quello che diceva pochi minuti or sono l’onorevole Arnaboldi, il quale, se ho bene inteso, si rivolgeva al Governo ritenendolo quasi il solo responsabile della disoccupazione forzata, perche non provvede a certi lavori di riparazione e di manutenzione, sento il bisogno di dichiarare che, più imparziale dell’onorevole Arnaboldi, io credo che il Governo ha veramente una minima parte di responsabilità nel fatto della mancanza di lavoro e poco, pochissimo, può fare per curare questa piaga. […]
Il Governo non può far altro che spendere, più o meno bene o più o meno male, quel tanto che ricava da voi, o meglio dai lavoratori, colle tasse; ed io so già che cosa mi risponderà l’onorevole sottosegretario di Stato. Mi dirà che col bilancio attuale e coi debiti e le difficoltà in cui si dibatte lo Stato, non è possibile che il Governo, per quanto animato dalle migliori intenzioni, provvegga convenientemente ai bisogni da me denunziati, i quali esigerebbero non solo delle centinaia di migliaia di lire come domanda l’amico Maffei, ma milioni e milioni. E perciò io, o signori, non accuso il Governo poiché non sarei giusto se non riconoscessi che a lui spetta solo in piccola parte la responsabilità del grave fatto che deploro. Ma io, come rappresentante dei proletari, posso bene, onorevole Arnaboldi, dare la colpa di questo fatto a voi ricchi, a voi capitalisti; non certo a voi come persone, ma al vostro sistema, a voi come classe dirigente. […]

 

Dal discorso alla Camera del 7 luglio 1893

[…] Io protesto contro il nuovo beneficio che si vuole accordare agli azionisti, i quali, per quanto possano versare in condizioni poco favorevoli di fronte a quelle degli anni scorsi, tuttavia stanno sempre molto meglio di tanti altri cittadini che non hanno mai avuto e non hanno alcun favore dal Governo. Ricordo che più volte ho chiesto alla Camera provvedimenti per i disoccupati: e non ho potuto ottener mai nulla! Il Governo non ha fatto che rispondermi di non poter far niente! Perché non venite a proporre che i piccoli proprietari, che al pari dei lavoratori si trovano in condizioni miserevolissime, non paghino le tasse? Soltanto agli azionisti delle Banche si permette di non pagarle? […]

 

Dal discorso alla Camera del 2 marzo 1894

[…] Ci avete accusato, onorevole Crispi, di volere la distruzione della patria. Ma che cosa rispondereste voi, se vi dicessimo che voi stesso in buona fede, pur credendo di amare questa patria, come forse nessun altro, siete ora l’amico, il difensore, il capitano non di gente che vuole distruggere la patria, ma di gente che di fatto la distrugge con un lavoro assiduo, d’ogni giorno, d’ogni ora, di ogni momento? Eppure questa è la verità, e lo dimostro. Noi siamo nati quando voi, onorevole Crispi, avevate già contribuito, come tutti sanno, alla formazione di questa patria, alla quale inneggiate. Ebbene, voi potete insegnarci che, quando si lottava per l’indipendenza e per la libertà d’Italia, i popolani, i lavoratori, che vi hanno seguito, credevano di trovare nell’unità italiana un maggior benessere; voi c’insegnate che, specialmente per le masse incolte, non si può pretendere che la patria si limiti ad essere solo un nome, un ideale, ma deve essere qualche cosa di più, qualche cosa che soddisfi e non neghi i loro bisogni più vitali. Orbene, se ciò è vero, è vero anche che in questi ultimi trent’anni di vita della borghesia italiana, la patria per i lavoratori si è andata restringendo di giorno in giorno. Invece di conquistarla, essi l’hanno perduta; poiché, onorevole Crispi, se la patria non è soltanto una astrazione, ma è anche il pane assicurato, il diritto all’esistenza, l’istruzione e l’educazione pei propri figli, e il lavoro indispensabile per vivere, almeno i quattro quinti degli italiani oggi sono di fatto senza patria. Badate: noi non accusiamo le vostre persone, non accusiamo neppure la vostra classe; accusiamo il vostro ordine, il vostro sistema economico, e constatiamo dei fatti. E i fatti sono questi. La proprietà si è andata di giorno in giorno accentrando; le piccole fortune sono scomparse o sono sulla via di scomparire; il numero dei nullatenenti è aumentato con un crescendo continuo, e voi oggi, onorevole Crispi, dopo trentaquattro anni di vita nazionale, trovate l’Italia coperta da un debito ipotecario di nove miliardi, gravata da un debito pubblico enorme e crivellata da cambiali; voi la trovate, cioè, posseduta di fatto da una ristretta classe di persone, sotto la quale sta un proletariato, vale a dire una moltitudine di senza patria, senza confronto più numerosa che nel 1859. Anche la patria, come la proprietà, oggi è divenuta il privilegio di pochissimi. Sì, perché, io vi dimando, che cosa è pei proletari, che cosa è per tutti questi miserabili la vostra patria se essa non dà loro neanche il diritto alla esistenza, se non dà loro neppure il diritto di avere il lavoro di cui hanno bisogno assoluto per vivere; se li tratta come a Conselice, come a Molinella e come ora in Sicilia, quando domandano soltanto di non morir di fame? E voi vi maravigliate, onorevole Crispi, vi maravigliate, onorevoli colleghi, se in mezzo a questi proletari, a questi non aventi diritto all’esistenza, nascono dei moti di ribellione? vi maravigliate se nel porto di Genova qualche volta i nostri emigranti, mentre partono ed hanno sul ciglio una lagrima, tuttavia gridano: maledetta Italia? […]
Vi meravigliate, voi, che avete combattuto contro lo straniero, non per stupido odio di razza, ma per amore di indipendenza e di libertà, perché lo straniero era l’oppressore, vi meravigliate, dico, se oggi sorgono dei ribelli fra queste masse diseredate, nelle quali è violato il diritto alla esistenza, il diritto alla vita, che è qualche cosa di superiore ancora al diritto della libertà e della indipendenza? Vi meravigliate voi, che insorgeste contro l’oppressione politica, vi meravigliate voi, onorevole Crispi, che oggi in mezzo alle vittime di una oppressione assai più grave, la oppressione economica, sorga il partito socialista, sorgiamo noi? Rispondeteci. Noi lottiamo per dare davvero una patria a tutti questi diseredati, che non l’hanno; noi lottiamo per conquistare il diritto all’esistenza negato a milioni d’uomini; noi non siamo i distruttori, ma i continuatori dell’opera di civiltà compiuta da chi volle l’Italia una e indipendente. Riconoscete voi legittima questa nostra lotta? Oppure ci negate il diritto di proseguire nella nostra propaganda e intendete di combatterci colla violenza? Io mi era proposto di dimostrare ampiamente a voi ed alla Camera come la nostra azione, che pur troppo è ben poco compresa dalla classe vostra, non è diretta ad eccitare, e non eccita di fatto l’odio fra le classi sociali, e come nel vostro stesso interesse voi non dovreste impedirla. Ma l’ora tarda e la discussione già troppo lunga mi consigliano di accennare appena a questo argomento. L’odio dei poveri contro i ricchi, checché affermino i nostri avversari, non lo abbiamo creato noi. Oggi esso esiste veramente, ma non per opera nostra. Lo avete creato voi! Si, lo crea il vostro sistema. Ponete le ricchezze smisurate, favolose, immeritate di alcuni fortunati, di fronte alla miseria infinita di tanti e tanti proletari, e l’odio pel ricco ozioso nascerà spontaneo fra i disgraziati, che, pur lavorando penosamente, non sempre guadagnano di che vivere. Nascerà spontaneo, onorevole Crispi, perché i proletari moderni non sono più i bruti ed i servi di una volta, ed ogni giorno che passa aumenta la loro intelligenza e la loro dignità d’uomini. Voi, onorevole Crispi, ricordaste che a questi proletari la borghesia ha dato il voto; ma essa, oltre il voto, ha dato loro le scuole, le ferrovie, il libro, il giornale; ha dato e dà loro di continuo una quantità di mezzi che ne sviluppano la coscienza e l’intelletto; ed è appunto così, per opera del vostro sistema, per effetto necessario della vostra civiltà, che essi possono sempre meno rassegnarsi ad uno stato di indigenza, di oppressione, di servitù, quale è quello in cui presentemente giacciono, ed a cui il vostro ordine inesorabilmente li condanna. Ignari delle cause vere dei loro mali, essi, appena giungono alla coscienza della loro miseria e della loro condizione di schiavi moderni, odiano il padrone, il ricco. E siamo noi, i sobillatori, siamo noi, gli eccitatori di odii, che correggiamo pazientemente con la nostra propaganda l’errore in cui essi cadono e diciamo loro: no, i vostri odii non devono essere rivolti contro le persone dei ricchi. I ricchi non sono che ruote necessarie del presente sistema economico. Chiunque si trovasse nel loro posto agirebbe come loro. Chi divide gli uomini in servi e padroni, in sfruttati e sfruttatori non è la volontà dei ricchi, ma è l’attuale organizzazione della società basata sulle proprietà individuali. Voi quindi dovete rivolgere le vostre ire non contro i ricchi, ma contro questa organizzazione che li crea e li rende necessari; voi non dovete odiare alcuno, ma dovete convergere tutti gli sforzi della vostra classe, che è la grande maggioranza, a riformare dalle fondamenta l’odierna società ispirandovi al principio della proprietà collettiva dei mezzi di produzione. In questo modo, precisamente, parla il partito socialista; e appunto perciò vi diceva che noi, anziché eccitatori di odio, siamo coloro che meglio contribuiamo a toglierlo, ed in mezzo alle masse lavoratrici siamo veramente elementi di civiltà, elementi d’ordine. Sì, lo possiamo affermare con tutta coscienza, a meno che voi non ammettiate altra civiltà che la presente, a meno che non ammettiate che un ordine solo, cioè il vostro, l’ordine attuale. […]
Non sarete voi, onorevole Crispi, non sarete voi, signori, che arresterete questo moto fatale, non sarete voi che c’impedirete di portare dovunque la nostra idea, che è idea non di rivolta brutale, ma di redenzione, e di fare echeggiare dovunque questo grido che io porto qui in mezzo a voi, rappresentanti della classe borghese: Viva il socialismo!



Manifesti elettorali: "Votate per Camillo Prampolini"




Insieme ad altri onorevoli davanti ad una trattoria in Piazza del Pantheon, a Roma (1921)



Camillo Prampolini durante un comizio



In questa illustrazione, il rovesciamento delle urne alla Camera, per protesta contro il governo Pelloux, messo in atto il 30 giugno 1899 da Prampolini e altri parlamentari socialisti

Per una rassegna completa dei discorsi parlamentari di Camillo Prampolini si rinvia al volume:
Camillo Prampolini. Discorsi parlamentari, a cura di Franco Boiardi, Reggio Emilia 2005, edizioni Aliberti